martedì, 25 luglio 2006
IL PERUVIANO
Allora vivevo a San Diego. Era il ’97, o giù di lì. Lavoravo come receptionist in un merdoso ostello chiamato Banana Bungalows, a un passo dall’oceano. Dico ‘merdoso’ con cognizione di causa, visto che prima di essere promosso receptionist ci pulivo i cessi. Insomma, un giorno di fine agosto ero di turno, saranno state le sei di pomeriggio. Corteggiavo discretamente una ragazza svedese, che non si concedeva. E mentre lo facevo, registravo annoiato i nuovi clienti che chiedevano un letto pulito e un armadietto, poveri loro. Il capo mi chiama fuori dall’ostello, per dirmi chissà che cosa. Siamo lì che parliamo di roba burocratica, e intanto nel parcheggio fa il suo trionfale ingresso una cadillac bianca scoperta, lucida come un vestito da sposa, le ruote infangate. L’autista è una fedele replica della macchina: anche lui vestito di bianco immacolato, camicia, pantaloni, catena d’oro al collo e sandali senza calze. E’ un sudamericano con la faccia da indio, abbronzato e scavato. Apre il cofano, ne tira fuori una sacca, naturalmente bianca, e si dirige verso di noi. Saluto il capo e torno alla mia postazione, una capannina di paglia con un computer e uno sgabello. Ho lavorato in posti migliori.
Il tizio paga in anticipo per tre notti. Non ricordo più il suo nome, forse Ramon. Mi chiede se ci sono campi da calcio da queste parti, in un inglese stentato. Io rispondo che sì, giocano a football, quello americano, un paio di isolati più in là. Ma lui sorride, si scusa, e dice che intendeva il calcio, quello europeo, “quello vero”, aggiunge in spagnolo. Ah, dico io, allora non so, forse in qualche parco. Ma se vuoi, aggiungo, ogni sera verso le sette organizziamo una partitina sulla spiaggia, porte piccole, i pali fatti con la sabbia. Che pallone avete? Mi chiede. Un vecchio Tango di gomma. “Il pallone lo porto io”, chiude con il solito sorriso, forse malinconico, leggero e pesante a un tempo. Si mette in spalla la sacca e va a cercarsi un letto libero. Mi ispira simpatia, gli consiglio il più pulito che abbiamo. “Prendi il sopra del letto a castello, lì lo sporco arriva meno”. Mi ricambia con un altro sorriso, questa volta complice.
Finito il turno sono le sette passate. Faccio un giro dell’ostello a raccogliere adepti per la partita. Un paio di italiani, un inglese e un tipo che potrebbe essere australiano, a giudicare dall’accento. Non trovo Ramon. Fa niente, mi dico, arriverà. Scendiamo in spiaggia e Ramon è già lì, che corre per riscaldare i muscoli, a torso nudo, con un paio di pantaloncini da calcio neri e in un angolo un numero bianco, l’otto. Un pallone di cuoio è delicatamente posato in mezzo ai pali di sabbia, sulla linea. I veri giocatori li riconosci anche da piccole cose. Prima di una partita, che sia la Serie A o un orribile mischione sulla spiaggia del Pacifico, non toccano il pallone. Corrono, si allungano, curano i muscoli. In fondo, sono gli attrezzi del mestiere. Siccome non sono un vero giocatore, corro subito a prendere il pallone, palleggio, faccio veroniche, lo fermo sul collo del piede. Tutto il mio repertorio per impressionare chiunque sia lì a vedere, anche solo di passaggio. Modestamente, ci so fare. Qualcuno mi ha detto che i miei piedi avrebbero potuto misurarsi almeno in Serie B, e poi chissà. Non so se è vero, ma la possibilità m’inorgoglisce. Ramon smette di correre, si avvicina e chiede il pallone. Senza parlare, solo con un’occhiata. Glielo passo, lui lo stoppa con la pianta del piede, se lo fa passare in mezzo alle gambe e lo ferma di nuovo girandosi. Con una naturalezza che posso soltanto sognare.
Facciamo le squadre. Io, Ramon e l’inglese, dall’altra parte i due italiani e il similaustraliano. La partita comincia in silenzio, ma presto le grida di Ramon riempiono il vuoto e si uniscono al sordo ruggito del Pacifico. Un altro segno. Un vero giocatore non vuole perdere mai, neanche in allenamento. L’intesa tra me e Ramon è perfetta. Lui gioca dietro, io in avanti. L’inglese, un brocco che gioca a testa bassa e cerca di scartare gli avversari solo di fianco, non tocca palla. A un certo punto Ramon entra duro su un italiano, recupera palla, io scatto dietro a un difensore e mi allargo, Ramon finta e poi mi serve leggermente lungo, la porta è vuota, un difensore mi arriva di taglio, io accelero, supero il pallone e colpisco di tacco, perfetto in mezzo ai pali. Torno verso il centro del campo con un sorriso sicuro, incasso con segreto piacere il ‘wow’ dell’australiano, Ramon mi dà una spacca sulla spalla e mi dice “Bravo, adesso difendiamo”.
La sera, bevo una birra seduto su un divano sfondato che qualcuno ha regalato all’ostello. Mi godo il Pacifico, che non dorme mai. La svedese non si vede, anche stanotte niente. Qualcuno si siede sul divano. E’ Ramon, con una confezione di Bud da sei. Ha di nuovo la camicia e i pantaloni bianchi. E i sandali. “Non sei male – mi dice – In Italia giocavi con qualcuno?”. “Solo tra amici – rispondo – Tu invece. Che ci fai qui?”. E Ramon racconta.
E’ nato su un altopiano peruviano, in un qualche villaggio sperduto. Da ragazzo si è trasferito a Lima, per fare il muratore. Un lavoraccio, che spezza in due la schiena e cancella i pensieri felici. Quando ha tempo gioca a pallone e scrive a casa. Un giorno qualcuno lo nota, può essere un buon centrocampista perché corre ovunque, ha carattere, entra sulle gambe e protesta sempre. Lo prende una squadra locale, poi il passaggio da professionista, la Serie B peruviana, la televisione. E’ un mediano oscuro, di quelli che i giornalisti non intervistano mai. Fa qualche gol, ma a fine anno lo cedono. Una squadra spagnola lo segue, fa una proposta, ma lui preferisce restare in Sudamerica, forse per paura, forse per semplicità. E comincia a vagabondare. Venezuela, Messico, Costarica, Cile. Gioca dappertutto, sempre a centrocampo, a rincorrere gente che, col passare degli anni, va sempre più veloce di lui. L’ultimo anno fa la riserva nel Colo Colo, a Santiago, non gli rinnovano il contratto. E allora raccoglie le sue cose, poche a dir la verità, sale in macchina a guida fino in Messico, in cerca di una squadra. A Tijuana gli dicono che di là dal confine, a San Diego, tira aria di calcio, ci sono squadre che assumono, ti regalano il visto e un appartamento. Il problema è passare la dogana. Ma Ramon ha ancora qualche contatto, paga una bustarella salata e di notte entra negli Stati Uniti, mentre un funzionario messicano finge di dormire. I soldi sono pochi, ormai, gli serve un ostello economico, poi deve scoprire dove giocano. “E ora sono qui. Un amico mi ha detto che in un parco di downtown giocano a calcio ogni domenica, domani andiamo a vedere”: “Andiamo?”. “Sì, dai, vieni anche tu, al massimo ci facciamo una partita e torniamo”. Chiedo al capo un giorno di permesso. Concesso. Bueno, Ramon, sono dei tuoi.
Domenica, il sole californiano è caldissimo. A bordo della Cadillac di Ramon tagliamo in due la città: Ramon mi racconta di partite che ha giocato, e di altre che avrebbe voluto giocare. Io gli parlo della mia Roma, dello stadio Olimpico, e di Zeman che, come mi diceva mio padre al telefono, stava facendo miracoli dall’inizio del campionato. Entriamo in un parco verdissimo, parcheggiamo di fianco a un campo gigantesco, dove stanno montando porte vere, con tanto di reti. Ci cambiamo con il cofano aperto. Io non ho scarpini, devo giocare con un paio di vecchie Adidas. Ramon mi guarda con disgusto. Dal portabagagli tira fuori una vecchia scatola, e dalla scatola un paio di scarpini lucenti, con i tacchetti scintillanti, i lacci che sembrano nuovi, il cuoio nero e morbido, profumato di lucido da scarpe e grasso di balena. Per un attimo li accarezza, e sembra perdersi in un pensiero dolce. Poi li piega energicamente, tira fuori la linguetta e li calza allacciandoseli attorno alla caviglia. “Lascia stare quelle scarpe – mi dice – Che numero porti?”. “Il 43”. “E che razza di numero è?”. “Già scusa, numerazione italiana. Credo sia il nove”. “Bueno, prendi questi, dovrebbero andare” mi dice tirando fuori dalla borsa un altro paio di scarpini, meno belli dei suoi, ma ancora pulitissimi. Mi vanno stretti, ma non glielo dico.
Ci viene incontro l’amico di Ramon, sudamericano anche lui. Parlano sottovoce poco distanti da me. Ramon mi indica, poi dice qualcos’altro. L’amico viene e mi stringe la mano. “Dove ti piace giocare?” mi chiede in spagnolo. “In avanti”. “Bueno. Non fare cazzate e vieni con noi”. Intanto il campo si è riempito. Giocatori della domenica e aspiranti atleti si mischiano allegramente. Papà con bambini, ragazzi in tuta da jogging, adulti vestiti da calciatori, ce n’è persino uno con la maglia del Milan. A bordo campo due tipi in tuta, decisamente in là con gli anni, osservano in silenzio. Forse sono i dirigenti delle squadre vere, forse solo spettatori. La partita prende il via nella confusione, ancora non ho capito chi sono i miei compagni. Siamo tanti, troppi. Anche se il campo è grande, la confusione attorno alla palla crea grovigli di gambe inestricabili, è impossibile tenere palla per più di un paio di secondi. Mi marca un nero muscolosissimo, la cui circonferenza toracica potrebbe superarmi in altezza. Mi tiene, anticipa, rilancia. Gli scarpini mi fanno un male d’inferno. Non tocco palla. Ramon, invece, giostra a centrocampo che è un piacere, dirige il gioco, entra a forbice su chiunque gli capiti a tiro, digrigna i denti e urla. Passata la timidezza iniziale riesco a entrare nel vivo del gioco, scambio qualche palla al volo, segno in mischia di piatto. Non la mia migliore partita, neanche la peggiore. Col passare del tempo i giocatori avventizi lasciano il campo, restiamo sempre meno, c’è più spazio per correre, il nero che mi marcava va a fare l’attaccante e godo di maggiore libertà. Ma non riesco più a segnare, anche se prendo un palo fragoroso con una botta da fuori. Quando il sole prende a calare, sul campo siamo rimasti in cinque o sei, uno si mette in porta e facciamo qualche tiro. Ramon si apparta col suo amico, io mi sdraio sull’erba e mi godo l’ultima luce. “Hey, italiano, vamonos”. La voce di Ramon. Prima di salire sulla Cadillac si toglie gli scarpini, li sciacqua a una fontanella e li rimette nella scatola. Me li tolgo anch’io e finalmente appoggio i piedi nudi sulla terra. Sono nato scalzo.
In macchina Ramon è silenzioso. “Allora, che hanno detto? Ti prendono?”. Sorride. “Sì, devono parlare ancora, ma mi prendono. E se vuoi prendono anche te”. “Me?”. Sono davvero stupito. “Claro que sì. Se t’interessa. Qui stanno organizzando un campionato dello stato, ti danno vitto e alloggio e qualche soldo. E ti sistemano in un appartamento da dividere con gli altri”. Non so che dire. Proprio non me l’aspettavo. “Che buffo – gli dico ridendo - Avevo sempre sognato di fare il calciatore, di calcare l’erba dell’Olimpico e indossare la maglia della Roma. E ora, in California, un peruviano mi propone di giocare per una squadra di San Diego”. Ride anche lui. “Ehi, siamo in America, qui i sogni si avverano”.
La sera, beviamo ancora un paio di birre sul divano dell’ostello. Anzi, io bevo. Ramon ingurgita litri d’acqua zuccherata. “Ho 35 anni, italiano. Non soy più chiquito” sospira.
E’ mattina quando vedo Ramon caricarsi la sacca in spalla. Camicia e pantaloni bianchi. E sandali. Mi saluta con un abbraccio, non prima di essersi fatto restituire i soldi delle notti già pagate. Il suo amico gli ha offerto ospitalità in attesa della decisione della squadra. “Ma ti chiamo, italiano, ti chiamo e vieni a giocare con noi. Io rompo, tu segni, una gran coppia”. Sale sulla Cadillac bianca, lo guardo andar via. Mi saluta con la mano mentre svolta verso destra sul Pacific Boulevard. Lo saluto anch’io.
Non l’ho più rivisto. E la svedese, il giorno dopo, mi ha spezzato il cuore.
venerdì, 03 febbraio 2006
PARK
ovvero
PARadiso della variante K
1.
- Perché diavolo mi sta guardando?
Lei è lì, davanti alla mia scrivania, che mi folgora con lo sguardo. E' una di quelle ragazze che quando camminano per la strada si girano tutti, ma dall'altra parte.
A volte invidio Bogey. Lui aveva Ingrid, io ho Mary. Mary è la ragazza che mi sta davanti e mi guarda imperiosa attraverso un davanzale spropositato. I clienti sono clienti, lasciamo stare.
- Cosa desidera? - Il tono è caldo e suadente ma a lei non fa nessun effetto. Per fortuna.
- Sono una spia. Voglio protezione.
Silenzio.
- Ha provato da Fleming? - faccio io.
Allungo una mano sotto il tavolo verso la pistola. Le spie non mi fanno impressione, i pazzi sì.
- Io sono un personaggio di Fleming. E' da lì che vengo.
Ha l'occhio a mezz'asta di chi è molto sicuro di sé, o di chi ha bisogno di un anestetico da cavallo. E' abbastanza alta, meglio darle spago.
- Da quale romanzo in particolare?
- Non lo so, non me lo ricordo. In realtà sono un personaggio secondario, - si siede rassicurata, - mi sono ritrovata a New York sulla quinta strada, e ho deciso di venire qui.
Alzo un sopracciglio, l'altro è paralizzato dalla grande guerra.
- La quinta strada? Ma qui siamo dalla parte opposta. Anzi, ora che ci penso, questa è Chicago.
- I personaggi possono farlo.
- Fare cosa?
Prendo in mano la pistola, ma la tengo nascosta. Vediamo come si muove.
- Apparire e scomparire.
- Capisco.
Altra pausa. Mi scruta per vedere l'effetto delle sue parole. Non mi piace essere scrutato. Senza pensarci tiro fuori la pistola. Si alza spaventata.
- La metta via! - grida.
Infila la mano nella borsa. Senza pensarci sparo. Bum. Colpita in pieno davanzale. Crolla sulla sedia, schiantandola. Sangue dappertutto, anche sulla foto di mio fratello.
Quando tocca terra scompare. Ora che ci penso non era mica entrata dalla porta. Era apparsa in silenzio davanti alla mia scrivania. Peccato, dopotutto poteva benissimo essere un personaggio di Fleming, la prossima volta me lo devo ricordare. Comunque è meglio che sia scomparsa, niente cadavere.
Ho ancora la pistola fumante in mano, quando appare un tizio in completo marrone, senza cappello.
Mi punta addosso un'automatica.
- Lei è in arresto. Omicidio.
Sparo due volte, ma lo manco. Sto invecchiando. Gli sparo altre tre volte, una al braccio e due ai polmoni. Si accascia e scompare.
So che non dovrei, ma sparare alla gente è l'unica cosa che so fare. Il problema è che se sparo ai clienti non ho lavoro. Approfondire, approfondire, c'è un che di paradossale in questo. Bah, filosofia!
Alzo gli occhi, ce n'è un altro. La cosa comincia ad annoiarmi. Questo nuovo è sempre in completo marrone, ma col cappello. Giallo.
Una voce dentro mi dice di sparare. Sparo. La pistola è scarica, solo un misero clic.
Cappello Giallo ghigna.
- Lei è in arresto,- ragazzi, che fantasia! - venga con me.
- Dove? - non mi piace, proprio non mi piace.
- Fuori.
- Posso ricaricare la pistola?
- Poi mi spara.
- Va bene andiamo - sospiro. Tanto volevo già uscire.
Mi fermo sulla porta e mi giro. Cappello Giallo si mette l'indice nella tasca dei pantaloni e mi minaccia.
- Cammina o ti ammazzo.
Alzo le mani. Riflesso condizionato. Poi le abbasso e mi metto anch'io l'indice in tasca. Simuliamo una sparatoria facendo i rumori con la bocca. Lui fa finta di cadere, io faccio finta di dargli il colpo di grazia, lui fa finta di rialzarsi. Colluttazione. Alla fine Cappello Giallo ha sempre l'indice in tasca, io non più. Ha vinto lui.
- Apri la porta - mi intima ancora col fiato corto. La apro. Sono sempre molto ragionevole quando qualcuno mi minaccia con un indice.
Varco la soglia e mi ritrovo in un campo da golf. Mi guardo intorno, Cappello Giallo non c'è più. Neanche la porta.
2.
Odio il golf. E' uno sport stupido. Com'è che era... Se vuoi fare lunghe passeggiate, fai lunghe passeggiate. Se vuoi colpire una palla con un bastone, colpiscila. Ma unire le due cose e chiamarlo golf, beh, questo non mi va giù.
Un tizio si avvicina. E' vestito in modo strano, ha una mazza in mano. Sorride. Io ho ancora in mano la pistola, ma continua ad essere scarica. Prima cosa la sicurezza.
- OK, dove sono? - grande esordio.
- Dove sei, dove sei... Ah, amico mio, proprio non lo so.
C'è qualcosa di particolare in lui. Cristo, è russo!
Mi guardo intorno. Cerco una pietra per spaccargli il cranio. Erba, solo erba. Meglio dissimulare.
- Lei come è arrivato qui? - disprezzo, odio, schifo.
- Io venivo di là - comprensione, amicizia, gioia.
- Perché sorride? - rabbia, sospetto, malafede.
- E' il mio modo di vivere - amore, affetto, dolcezza.
Cristo! Gli do un'occhiata. Pantaloni al ginocchio, stivali, camicia hawaiana, naso sottile. E' magro, pallido. Tisi. Un perfetto giocatore di golf, a parte il naso.
- Il gioco come va?
Lui è distratto, un punto lontano all'orizzonte.
- Due sotto il par, - sorride ancora, - non mi lamento...
Lo osservo di nuovo. E' uguale a prima, ma continua a sorridere. Non lo sopporto.
- Senti, razza d’idiota, dov'è l'uscita?
Per un attimo sembra tornare nel mondo normale. Anche se non c'è niente di normale in questo mondo.
- Tra i due alberi - ma mi indica due anatre. Mi incammino senza salutarlo. Odio essere maleducato, ma odio di più i russi.
Quando sono abbastanza vicino le anatre diventano due alberi. Sarebbe un bell'effetto, ma conosco il trucco. Me l'ha insegnato mio fratello, anni fa. Mio fratello. Sapeva fare tutto, era il mio idolo. Roger, dove sei?
Mi giro verso il russo. C'è anche Cappello Giallo, stanno parlando. Il russo sorride, poi mi indica. Il gesto è come una frustata. Esito un po'. Questa faccenda non mi piace. ho visto tutto in un vecchio film, ma non me lo ricordo. E' come se qualcuno lo stesse proiettando a testa in giù.
Cappello Giallo si avvicina, comincia a correre. E' il momento di muoversi. Ormai ci sono. Mi tuffo alla Douglas Fairbanks jr. tra gli alberi, buio. Nero. Come la pece bollente.
- Psst.
Viene da destra. Mi giro a sinistra di scatto. Potrebbe essere una trappola.
- Di qua, cretino.
Viene sempre da destra.
- Chi è? - domanda stupida, ma ormai l'ho fatta.
- Un amico.
Improvvisamente mi ricordo di avere un fiammifero. Lo sfrego alla cieca contro qualcosa. Si accende. Il qualcosa.
Luce. Accecante. Dei ceppi bruciano davanti a me.
- E' un fuoco buio. - di nuovo la voce, - Era già acceso, serve per non farsi notare quando si è inseguiti. Non serve a molto, perché non scalda.
Una gran bella ragazza mi guarda sprezzante. Un po' in carne come piacciono a me. di quelle che farebbero girare la testa ad un ippopotamo in vena di battute. E' vestita in modo strano, ma non come quell'altro. Un'enorme foglia di fico la copre fino al seno. Il picciolo le fa prudere il naso. Sembra dire: coglimi, coglimi.
- Ciao, Jim - mi fa languida.
Non mi chiamo Jim, ma è un buon inizio.
- Non mi ricordo di te - mostrarsi sempre sospettosi.
- Strano - fa lei, - Sono Ofelia.
- Prima o dopo la trasformazione?
- Tu che ne dici?
Prima, decisamente prima. Un ricciolo scomposto mi guarda ribelle. Ragazzi, è bellissima.
- Ma non dovresti stare con qualcuno? - domanda sbagliata.
- Chi, il frocetto? - risata ingenua, quasi autoironica, - E' scappato con quel cameriere di Woodhouse. D'altra parte è la logica conseguenza dei fatti.
- Certo - Ofelia o no, questa è vera, - Perché avevi acceso il fuoco? - qual era, qual era la domanda?
- Per scaldarmi.
- Hai detto che non scalda.
- Ho mentito.
- Capisco - E' un mondo strano - A proposito, dove siamo? - la domanda, ecco la domanda.
Lei mi guarda. Sgrana gli occhi. Cristo!
- Siamo a PARK. PARadiso della variante K.
Dovevo immaginarlo.
3.
- OK, dolcezza, dove siamo veramente?
- In un campo da golf.
Mi piaceva di più la risposta di prima.
Pausa. E' così dolce l'aria, così invitante il profumo del suo vestito. Mi avvicino, la bacio, lei ricambia. Mi sono innamorato.
- Ofelia, ti amo.
- Anch'io, se potessi.
Quel "se potessi" mi riporta bruscamente alla realtà - realtà? quale realtà? Mi sento come un attore di teatro col suggeritore sbronzo già a metà del primo atto. La scanso. Devo sapere la verità.
- Che cos'è quello che dicevi? - il discorso va cambiato. Aprirei una finestra, se potessi.
- Il PARadiso della variante K - è rossa in viso, ma continua a parlare, - E' dove sei ora. E' il posto in cui nulla succede realmente, però succede. Qui c'è solo un principio fondamentale, la variante K. Tutto quello che succede è dominato da K; quello che non succede è dominato da un certo Van, che infatti non esiste.
"PARK è la casa di tutti quelli che vorrebbero abitare altrove, di tutti quelli che pensano di essere contenti e non lo sono. E' un concorso a premi, ma anche quando vinci non cambia nulla. E' il piccolo mondo di una formica impazzita.
"PARK è qualcosa di magicamente elusivo: tu pensi di essere in un posto ed invece il posto è fuggito con una sconosciuta.
- In parole povere...?
Ha un'esitazione.
- Non posso, forse non so spiegarti cos'è esattamente PARK. Qualcun altro probabilmente sì. La storia, quella sì, te la posso raccontare.
- E' già qualcosa - si tira per le lunghe, non mi piace.
- La storia di questo posto è molto antica, risale a quando Varinsky era il reggitore del mondo reale...
- Varinsky non ha mai dominato il mondo reale. E poi chi è Varinsky? - sento che la cosa mi sta sfuggendo di mano.
- Varinsky era un operaio di una piccola fabbrica del nord. Impazzì dopo aver visto un cavallo nitrire con le orecchie e si credette il reggitore del mondo. Solo che il mondo gli pareva una cosa troppo piccola da governare, è ne inventò un altro. Così nacque il PARK. In fondo non è molto diverso dal mondo reale. Le cose succedono lo stesso a caso, ma con un po' più di logica.
Chiarezza, ci vuole chiarezza.
- Posso fare una domanda?
- Sicuro - ha riacquistato il controllo. Ma è bellissima.
- Chi è K?
Mi sorride dolcemente, mi bacia sulla guancia. La carezza di una mano vellutata.
- Forse dovresti chiedermi che cos'è K. Verrai alla festa con me?
- Verrò, gattina, ma prima devi dirmi che cos'è K.
- Sei troppo piccolo per saperlo. D'altra parte è la logica conseguenza dei fatti.
- Capisco.
Sento la mancanza dell'azione. Mi devo muovere. Faccio un passo a destra, poi indietro, poi avanti e a sinistra. Funziona sempre.
Mi accorgo che il paesaggio è cambiato. Ora sono in un supermercato, reparto oggetti per la casa. Quanto, quanto durerà ancora?
Cappello Giallo mi si para davanti. Stavolta ha un uzi in mano, ma con la canna rivolta verso di sé. Quanto, quanto durerà?
4.
- Andiamo, - mi fa Cappello Giallo, - devi essere interrogato.
Ha sempre lo stesso ghigno. Lo seguo fino alla cassa. La cassiera gli strappa di mano l'uzi e spara una raffica nella schiena di un ragazzino, che scappava con una scatola di pelati in tasca. Folgorandolo. Cadendo la scatola si rompe ed il pomodoro si mischia al sangue. La vita è dura. Anche per i ragazzini.
Subito dopo la cassiera si alza e tira addosso al cadavere un pezzo di carta.
- Bastardi ladruncoli! - grida indignata, - Dieci anni e già evadono il fisco!
Poi si rivolge al mio accompagnatore.
- Per l'uzi fanno quattrocentoventi dollari e trenta pounds.
Cappello Giallo paga senza fiatare. E' ricco l'amico.
Riprendendo in mano l'arma, sento che mormora tra sé: - Ecco cos'era, pensavo fosse un prosciutto.
Usciamo. Fuori c'è un camper gigantesco. Nel parabrezza sono infilate un mucchio di multe, tutte per eccesso di velocità.
Cappello Giallo è sparito. Potrei fuggire o entrare nel camper. Entro nel camper. L'interno è arredato in stile barocco-neoclassico-rinascimentale: non c'è assolutamente niente. Mi piace. Mi siedo per terra e aspetto. E' un po' che non speculo su quello che sta succedendo. Meglio riflettere. Potrei definire grave la situazione, ma soltanto se ne conoscessi qualche elemento. Perché mi trovo qui? Dov'è la mia ragazza? Qual è il senso di tutto questo? Bah, filosofia! Fine della speculazione.
Nel frattempo da una finestra in fondo è entrato un negro grande e grosso. E' nudo e puzza terribilmente. I suoi occhi sono neri e profondi. Abissalmente profondi. Potresti scambiarli per un pozzo di petrolio. Ma il petrolio puzza di meno.
Mi solleva per il bavero della giacca e mi sbatte contro la parete.
- Parla, pidocchio! Perché l'hai fatto?
- Ehi, amico, devi aver mangiato pesante o vomitato di fresco.
Nei momenti difficili una battuta rende simpatici. Lui non l'ha capita.
- Lurido abominevole figlio di una baldracca caga-aborti - E' il mio giorno fortunato - Parla o ti strappo quello schifo che hai al posto del naso.
Parlerei volentieri, ma non so che dire. Improvviso.
- La tua puzza mi annebbia il cervello - Lo so che non sembra carino, ma è vero.
Riflettere, riflettere in fretta. Non è una cosa molto semplice. Soprattutto se contemporaneamente devi pensare a come schivare un destro di mezza tonnellata. Trovato.
- Aspetta - voce autoritaria, la migliore che ho.
Il destro si ferma a un centimetro dalla mia faccia. Pronto a franare.
- Che c'è? - è un bisonte. Tutti i bisonti sono curiosi.
- E se ti dicessi che mi manda Ofelia?
Ghigna. Ghignano in troppi in questo posto.
- O magari il principe Myskin... - è anche ironico.
- Hai letto Dostojewski? - gli faccio con l'aria di uno che la sa lunga.
- No, ma lo conosco personalmente.
- Chi? - incalzo io.
- Il principe. Allora, - mi dice rimettendomi giù, - che ti ha mandato a fare?
- Chi?
- Il principe - mi dice rimettendomi su.
Veramente non mi manda il principe, ma forse non è il momento giusto per dirglielo.
- Devo ispezionare i locali - è una frase che fa sempre colpo.
- Quali locali? - è interdetto. Prendo coraggio.
- Mi ha detto: vai al pub "La Verde Irlanda", lì troverai Tom che ti farà strada.
- E difatti Tom sono io.
Ci avrei giurato.
- E questo è "La Verde Irlanda" - concludo secco.
Ora siamo in un pub, gente che beve. Vorrei bere anch'io, ma ora non posso. Mi guardo intorno. Sul muro di fronte c'è un cartello in legno: "La Verde Islanda".
- Volevo dire "La Verde Islanda" - grande prontezza di riflessi.
Guardo di nuovo. Adesso è "La Verde Iolanda".
- Cioè, ovviamente "La Verde Iolanda" - stavolta zoppico un po'.
Tom si fa sospettoso, ma è troppo tardi. Ormai ho capito. Penso al mio ufficio. Cambio. Interno giorno. La mia scrivania, la sedia, lo schedario, la foto di mio fratello. Ciao, Roger. Sono a casa, finalmente. Ma c'è anche Tom.
5.
- Pensavi di fuggire, piccolo verme schifoso - mi sorride Tom. E non è un gran sorriso.
- Ehi, colossale stupido mangiabanane grosso imbecille, adesso piantala lì. - Non volevo arrivare a questo, ma ci sono stato obbligato.
Un'espressione triste passa nei suoi occhi. Si lascia cadere su una sedia, come corpo morto cade.
- Te ne sei accorto anche tu?
Ecco. Il punto debole!
- Sì, Tom, anche un cieco se ne accorgerebbe.
- L'avevo sempre sospettato. Zivago mi aveva detto che interiorizzavo troppo.
- Vatti a fidare dei russi.
- Già.
- Senti, Tom, che ne diresti di raccontarmi tutto dall'inizio?
- Tu dirai in giro che sono grosso?
- No, se ti comporti bene. Allora, che ci faccio qui? - il tono è materno.
Mi squadra torvo, poi si stringe nelle spalle.
- Hai ucciso due di noi.
- Ma avevo tutto il diritto di farlo. Che faresti tu se due tizi si materializzassero improvvisamente nel tuo ufficio?
- Beh, non sei obbligato a sparargli.
- Questo è vero.
Non avevo mai guardato la faccenda da questo punto di vista. La montagna di autogiustificazioni che avevo costruito era crollata di schianto.
Rimango un poco in silenzio a considerare la situazione. E anche in fretta. Tom potrebbe dimenticarsi di essere grosso. Ed io dimenticarmi di vivere.
Poi, improvvisamente, mi viene un'idea.
- Tom! - esclamo, di nuovo agguerrito, - Seguimi un attimo. Tu dici che sono qui perché ho ucciso due dei vostri, giusto?
- Giustissimo.
- E che non ero obbligato a sparargli, giusto?
- Esatto.
- Bene. Ma pensa un momento a questo: se i due tizi appartenevano a questo mondo, io c'ero già dentro. Sono venuti da me prima che io gli sparassi. Il fatto di averli uccisi magari non migliora la situazione, ma non è certamente il motivo per cui mi trovo qui - concludo trionfalmente.
- Giusto. Non ci avevo pensato.
Un lampo di ammirazione passa nei suoi occhi scuri. E' mio. La cara, vecchia logica ha vinto ancora. Ma c'è ancora un problema. Che ci faccio qui?
- Tom, che ci faccio qui?
Ci pensa su un poco.
- Si potrebbe andare alla festa - mormora.
- Festa? Che festa? - non mi piacciono le feste. Gente che beve troppo insieme a gente che parla troppo. - Ci sarà anche K?
- Non lo so. Può darsi.
- Vai avanti.
- E' l'anniversario della creazione. Ogni venticinque dicembre ci si riunisce tutti per ricordare il grande evento, quando Hallward ideò PARK.
- Non era Varinsky?
- Te l'ha detto Ofelia, vero? Quella pazza scissionista. L'anno scorso l'abbiamo beccata che organizzava un attentato alle fogne di Parigi spalleggiata da Hugo.
Amo un'anarchica. Perché non me l'ha detto subito? Mi devo ricordare di chiederglielo la prossima volta che la vedo. Ora che ci penso anche lei mi aveva parlato di una festa. Forse è la stessa. Ofelia, Ofelia. Lasciamo stare.
- Che giorno è oggi? - il presente è quello che conta.
Guarda l'orologio. Non mi ero accorto che ne avesse uno.
- Il sei marzo, credo.
C'è qualcosa di sbagliato. Ecco.
- Hai detto che la festa è il venticinque dicembre.
- Oh, quello non è un problema. A PARK il Tempo è una costante che varia in continuazione. Pensavo te ne fossi accorto. Possiamo andare alla festa di quest'anno, o a quella che si svolgerà tra trent'anni.
- Mi va bene quella di quest'anno. A proposito, - cosa diavolo volevo dire?, ah, ecco. Per andarci dobbiamo rientrare in manicomio?
- Ma noi non siamo mai usciti da PARK. Questo non è il tuo ufficio. Guardati intorno.
Occhiata circolare. Sì, in effetti io non ho divani in pelle di leopardo, e non ho mai comprato il Rembrandt che sta appeso alla parete. Ma pensavo fossero particolari secondari. Guardo la foto. Anche mio fratello non è mio fratello. Dev'essere il fratello di un altro.
Mi alzo. Non ne posso più di parlare. Azione, ci vuole dell'azione. Sulla destra c'è una porta, la apro. E' il bagno, per fortuna.
- Mi faccio una doccia e andiamo.
Mi volto verso Tom, ma Tom non c'è più. Questa faccenda che spariscono tutti mi irrita. Vorrei sparire anch'io, ogni tanto.
6.
Naturalmente dovevo aspettarmelo che entrato nel bagno mi sarei ritrovato alla festa.
C'è tanta gente intorno a me. Soffoco. Tra la calca si apre un piccolo corridoio, perché due persone sono state colte simultaneamente da colite. Mi imbuco al volo. Davanti a me ci sono tre gradini. Altri tre. Un piano rialzato, posso dare un'occhiata. Non ho mai visto nulla di più spropositato.
La sala brulica di persone, sembra di essere a una festa in maschera di formiche. Vestiti assurdi. Marinai, impiegati, calciatori, battone, avvocati, settecenteschi, ottocenteschi, novecenteschi, attori, edicolanti, medici, ragionieri, becchini, quanti becchini, giudici, azzurri, rosa, verdi, bambini, cantanti, bambini-cantanti, giornalisti, colpevoli, innocenti, nani, un circo, piante grasse, musicisti, segretarie, simpatici, antipatici, uomini, donne.
Nella folla ognuno si distingue. Potresti bendarti e pescare ad occhi chiusi azzeccando sempre. Ai lati della sala - ho detto che è gigantesca? - ci sono enormi bottiglie sdraiate a terra. Hanno il collo così grande che ci potrebbe passare un uomo, o una donna piccola. Infatti la gente ci entra e si serve direttamente.
Mi sento urtare. Controllo subito se in tasca c'è un biglietto. C'è. Dice:
TUTTO CIO' CHE SUONA COME UN
CORPO ESTRANEO A CASA VOSTRA
E' IL CAMPANELLO
DEL VOSTRO VICINO.
Antoine de Carabeça
Dev'essere cifrato. Sto ripassando a mente tutti i codici che ho imparato in guerra, quando mi urtano di nuovo. Ricontrollo in tasca. Ce n'è un altro. Questo dice:
SCUSA, HO SBAGLIATO. SAI COM'E', LA FRETTA.
D'ALTRA PARTE E' LA LOGICA CONSEGUENZA DEI FATTI.
TROVATI AL CENTRO DELLA SALA.
TRA MEZZ'ORA.
O.
E' lei! Con la O conosco solo Ofelia. Anzi no, mio cugino di New Orleans si chiama Oscar. Ma sei mesi fa gli avevano diagnosticato un cancro incurabile. Ormai dev'essere sotto terra. E c'è anche Oriberto, quel mio prozio finlandese. Ma mi avevano detto che la Finlandia era esplosa per una fuga di gas. E c'è Orlando, la città. Conosco molta gente con la O, ora che ci penso. Ma è lei, dev'essere lei!
Però mezz'ora. Cosa farò intanto? Tra la folla vedo una ragazza carina. Ecco cosa farò. Tenersi sempre in esercizio.
Scendo dal piedistallo e mi dirigo verso di lei. C'è sempre il corridoio di prima, la colite è dura. Mi infilo nel varco. Quasi le sbatto addosso. Avevo preso velocità.
Da sopra non mi ero accorto che è completamente calva. Mi fa un po' impressione. Si vede che sto invecchiando. Però è carina.
- Ciao, bellezza, balli? - ragazzi, se questo non è un approccio...
- No, canto.
Buca. Ci riprovo.
- Ti va una mezz'oretta davvero speciale?
- Come stai su Beckett? - ha uno sguardo indagatore.
Cosa rispondo?
- Non un granché - sulla difensiva.
- Allora è perfetto - si illumina, - Che fai nella vita?
- L'acrobata in un circo - prima regola: mai dire la verità, - E tu?
- Il titolo.
Non capisco. Sarà il rumore. Forse è meglio dirglielo.
- Non ho capito.
- Il titolo.
- Ma avrai pure un ruolo, qualcosa.
- No, no, assolutamente. Originale, no? - mi guarda speranzosa.
Le volto le spalle e mi allontano. Questa sì che è rogna. Un'avventura con un personaggio va bene, ma un semplice titolo! Che direbbe Roger?
Mi faccio un giro. Sotto una grande finestra a losanghe vedo due figure. Padre e figlia. Si tengono per mano. Una strana coppia in mezzo al rumore assordante.
Mi avvicino, tanto per fare due chiacchiere. Manca un quarto d'ora.
- Bella festa.
La bambina mi guarda svogliata. E' bruttina, faccia schiacciata, gambe storte. La mano che le tiene il padre è violacea dalla stretta.
Lui mi tende l'altra mano.
- H. H., viaggiatore. Questa è Lo.
- Piacere. Ciao Lo.
- Come si trova qui? - è anche educata, la piccola.
- Straordinariamente bene. A parte il fatto che vorrei tornare a casa.
- Io no - interviene il padre, - PARK è comodo. PARK. Che nome strano. Sembra un vecchio motel sulla statale, non trova?
- Può darsi - inquietante, molto inquietante, - Mi sapete dire dov'è il centro della sala?
- Di là, sempre dritto, non può sbagliare.
- Grazie. Ci vediamo.
Lo mi lancia un'occhiata triste. Poi i due ritornano sotto la finestra a losanghe. Sempre mano nella mano.
7.
Il centro della sala. Finalmente.
Lei mi si avvicina con aria languida. E' languida in tutto ciò che fa. Ha una foglia di ermellino misto a cincillà che scopre tutto lo scopribile. Ragazzi, la scollatura! Potresti affondarci il naso e giocare a nascondino.
- Ciao, Jim - Cristo, è splendida.
- Ciao, piccola.
Non mi chiamo Jim, forse è il momento giusto per dirglielo. Forse no.
Ha qualcosa negli occhi. Tormento, paura, problemi irrisolti. Mi guarda. Capisce.
- L'hai saputo?
- Sì, bambina, era inevitabile.
- Sì, credo di sì. D'altra parte è la logica conseguenza dei fatti.
Si abbandona sul divano, triste.
- Questo posto salterà in aria tra tre minuti e trentacinque secondi - mi dice tutto d'un fiato.
- Capisco.
Mi siedo sul divano, le prendo la mano.
- Perché, Ofelia, perché? E' la via sbagliata, e lo sai. La protesta non porta da nessuna parte, se seguita solo da violenza. Se non si apre un dialogo costruttivo... - mi interrompo.
E' un bel discorso, ma un po' fuori posto. Soprattutto quando il mondo ti sta per esplodere in faccia. Devo tirare fuori qualcosa di veramente convincente. Trovato.
- Ofelia, - espressione dura, che non da scampo - hai mai pensato al fatto che tra meno di due minuti una bomba cambierà, credo irrimediabilmente, i miei e i tuoi connotati?
Mi fissa con quegli occhioni da cerbiatto arrabbiato. E' stupita.
- Ma noi ce ne andremo prima - certo, dovevo pensarci.
- Questa è una gran bella notizia. Scusa la sfiducia.
Sono decisamente rinfrancato. Do un'occhiata intorno. Vedo Tom che sorseggia un whisky appoggiato a una colonna. Il golfista russo conversa amabilmente con due signore stagionate. Sorride sempre in quel suo modo idiota. La ragazza calva canta in un angolo. Siamo soli. Siamo tutti soli.
Ofelia mi prende per un braccio.
- Andiamo, è ora.
- Sì, andiamo.
Qualcosa mi sfugge. Pazienza. Tornerà.
- A proposito, - questo non c'entra niente, - per che cosa protestate?
- Troppa violenza in giro.
8.
E' uno strano mondo, questo. Pensavo che, data la situazione, un cambiamento di scenario sarebbe stato quantomeno opportuno. E invece la mia dolce Ofelia mi spinge attraverso una porticina secondaria. Dove, dove ho già visto questo film?
Si mette a correre. Anch'io. Cinque secondi dopo, l'esplosione più forte che abbia mai sentito.
Non vedo più Ofelia, e la cosa è abbastanza grave. A dir la verità non vedo assolutamente niente. E questo è ancora più grave. Se non preoccupante.
Polvere dappertutto. L'odore della polvere. Il sapore della polvere. La bocca secca. Il naso asciutto. Ma niente urla. Di solito la gente si fa notare, quando muore. Una volta ho visto un tizio con un coltello in pieno petto: ha cantato "I still love you, baby" di Charlie Cox per tre volte di seguito. E' morto sull'acuto finale. Ma quello era un esibizionista.
Qui la gente muore in silenzio. Forse è un bene. Morire è già uno schifo, farlo pesare agli altri è ancora peggio. Ma il silenzio è terrificante. Polvere e gambe che si mischiano insieme, e tutti che muoiono senza una parola. O forse lo scoppio mi ha assordato. Provo a parlare. Niente. Riprovo. Niente. Mi tolgo le dita dalle orecchie. Un boato di rumori assortiti mi esplode in testa. Passi, urla, grida, crolli, lamenti, frasi, mezze frasi, crolli, voci, forti, meno forti, macerie su macerie su corpi su macerie. Via, lontano da qui. Cerco di rimettermi in piedi. Mi giro. Nella polvere vedo due mani strette. Mi avvicino, so a chi appartengono. Ci sono solo le due mani. Il resto è volato via. Deve significare qualcosa, ma non so cosa. Ofelia, dove sei?
Cambio. La grotta è poco illuminata, ma calda. Un fuoco buio scoppietta clandestino sulla destra. Mi sento osservato. C'è un tizio davanti a me. E' lui che mi osserva. E lo fa in modo strano, quasi con meraviglia. Porta dei pantaloni grigi, un po' rovinati, e una maglietta nera con su scritto "I LOVE JLB". Ha la classica faccia di uno che ha visto tutto della vita, ma non l'ha capito.
- Ciao, - voce piatta, - Che fai?
Pausa. Cosa rispondereste in una situazione del genere?
- Voglio la domanda di riserva.
Continua a scrutarmi. Non so se l'ho già detto, ma non mi piace essere scrutato.
- Allora? - insisto io.
Sussulta, spaventato. Poi distoglie lo sguardo e si mette a riflettere. In silenzio.
All'improvviso si illumina.
- Lo conosci? - si indica la maglietta.
- Ogni tanto lo ordino al bar.
Altra pausa. Riflette.
- Non lo conosci - conclude.
Posata per terra c'è una pistola. La raccolgo. Considero la possibilità di sparargli. Non ne vale la pena. Meglio non peggiorare le cose.
Nel frattempo si è seduto a un tavolino. Prende in mano una penna. La osserva, come se la vedesse per la prima volta. Del resto potrebbe anche essere. Ci pensa un po' su. Poi prende un foglio bianco, lo liscia bene. Scrive qualcosa. Sbircio. Ha scritto: CHI. Rimane a guardare la sua opera per almeno un minuto, poi si volta verso di me.
- La vuoi ritrovare? - Cristo, perché è così piatta la sua voce?
Non credo di aver capito, ma rispondo la stesso.
- Sì.
- Esci di qui.
JLB, me lo devo ricordare. Credo che questa storia finirà quando lo incontrerò. Lui mi darà La Risposta. O forse no. Comunque ora è meglio uscire. Confesso di essere piuttosto sollevato, al riguardo. Mi incammino verso una direzione a caso. Almeno questo l'ho imparato: qualsiasi cosa si faccia qui, la si fa e basta. Non ci sono strade secondarie o scorciatoie. Mi ricordo che Charlie Cox aveva scritto una canzone. "Moontrain", ecco come si chiamava. La odiavo, ma piaceva a Roger. Ti ricordi, Roger?
Il treno fischietta sotto una nuvola grigia
Dove va, dove va
Non porta nessuno, non fa pagare
E non tornerà
C'è un cancello. Lo apro, cigola. Il sole mi investe di colpo. Sono in un giardino. L'aria è frizzante, l'erba profumata, il laghetto lucente. Per la prima volta da quando sono qui mi sento felice. Gente che gioca, picnic, gioia e allegria. Bambini che si rincorrono, vecchi che fumano, Ofelia che bacia un altro uomo. Ofelia che bacia un altro uomo. Adesso sono un po' meno felice.
9.
Forse sparare a tutt'e due è la cosa migliore. Tiro fuori la pistola. Questa è carica. Alzo. Miro. Dito sul grilletto.
- Io non lo farei.
Mi giro. Una mucca.
- Perché no? - finta indifferenza.
- Perché non è come pensi tu - la mucca mi sorride, anche se non capisco come diavolo faccia.
- E che cosa penso io? - la sfido.
- Il solito. Tradimento, orgoglio ferito...
- Beh, sì, è più o meno quello che penso.
- Visto? - occhiata di disprezzo, dall'alto in basso, - Ma questa è solo una scena-che-non-esiste.
- Ah - questo cambia tutto, - Non lo sapevo. Cos'è una scena-che-non-esiste?
- E' una scena, - sguardo annoiato, - che l’autore non inserisce nell'opera originale.
- Capisco. L'ha solo immaginata - E' la solita, vecchia storia.
- Beh, - lampo di esitazione, - a dir la verità no. Non l'ha nemmeno immaginata.
- Ma allora è una scena che non esiste.
- Appunto. Aggiungi i trattini ed è fatta.
Sta per continuare, si ferma. Mi guarda. Sbuffa.
- OK, va bene, era una balla.
- Grazie.
Alzo la pistola. Miro. Dito sul grilletto.
- Tanto è inutile.
Mi giro di nuovo. Le mucche sono diventate due. Oppure sto guardando la stessa mucca due volte. Sono esasperato. Forse le mucche sono la materializzazione del senso di colpa conseguente all'azione che sto per intraprendere e cioè sparare a due persone che si baciano e forse si amano. Bah, filosofia!
- Non è una scena-che-non-esiste - replico io, - Quindi sparo.
- E spara. Ma è inutile.
Abbasso la pistola. Voglio saperne di più.
- Perché inutile? - mi rivolgo a una delle due, tanto è uguale.
- Perché stai sparando a un libro - difatti è una delle due che parla.
- Questo lo so.
- Sì, ma non si tratta dell'opera originale: è una copia.
- Vuoi dire che quella non è la vera Ofelia? - stupore.
- Certo che lo è. E' solo una delle tante.
Un proiettile. Quello che ci vuole è un proiettile. Una vocina dentro mi supplica: "Spara, ti prego, spara. Voglio una strage".
Cristo! E' la prima volta che la vocina parla così chiaro. Adesso la sento fischiettare. Mi infilo un dito nell'orecchio. C'è una formica dentro.
- Ehm, scusa, - ha un sorriso accattivante, - non volevo dire quelle cose, mi sono lasciata trasportare...
La schiaccio. Triste la vita dei suggeritori.
Mi volto verso le mucche, ma non ci sono più. Peccato, la cosa cominciava a farsi interessante.
10.
Mi giro di nuovo, ma non è cambiato nulla. E' sempre tutto bellissimo intorno a me. Tranne un piccolo particolare. Che va eliminato. Subito.
I due si staccano. E mi guardano. O meglio: guardano la canna della pistola - è giusto farei anch'io la stessa cosa. Il problema è che anche la canna della pistola sta guardando. Me.
- Beh, che c'è? - faccio io con tono spazientito.
Mai scherzare troppo con una pistola.
- Nulla, nulla, continua pure... E' solo che...
- Cosa? - Odio le esitazioni.
- Non dovresti, ecco tutto.
Insomma basta! Che cosa ho fatto di male? Chiedevo di sparare alla mia ragazza che bacia un tizio coi capelli biondi, vestito come un golfista da circo... Un tizio coi capelli biondi... Cristo, il russo! Risollevo la pistola, ma mi accorgo che è diventata una torta. D'accordo, lo farò a mani nude.
Mi avvio minaccioso verso i due colombi abbracciati.
- Ciao, Jim.
Non mi chiamo Jim. Stavolta glielo dico.
- Non mi chiamo Jim.
- Oh, sì, invece! - è indispettita.
- Senti, io mi chiamo... - o Cristo, come mi chiamo? In fin dei conti potrei anche chiamarmi Jim. Ora che ci penso potrebbe anche essere così. Voglio dire, sono certo di non chiamarmi Roger, che è mio fratello, né Anna, che è mia madre, né Joseph, che non so chi sia. Sono sicuro di un sacco di cose che non sono, ma non sono sicuro di altrettante cose che sono. Taglio corto.
- OK, puoi chiamarmi Jim, ma ancora per poco.
Il russo mi sorride. Continua a sorridere da quando sono arrivato. Ho steso un bel po' di gente, solo perché mi sorrideva. Ho steso anche un bel po' di russi, solo perché erano russi. Ma tutt'e due insieme no. Sarà emozionante.
- Pace, fratello.
Ha una voce che vola lievemente e ti arriva dolcemente ed armonicamente e caldamente. Fa per alzare una mano.
- Pace mia nonna.
Gli mollo una delle mie migliori combinazioni destrosinistrodestrocalcioinbocca. Ma lui non si muove. Sto invecchiando.
- Allora, sei dei nostri? - voce volante lieve.
Le mie nocche sanguinano, lui no. Le mie nocche gridano vendetta.
- Che ci fai con lei? - anche il mio cuore grida vendetta.
Lui si volta, la guarda. La guardo anch'io. Stavolta indossa una foglia più castigata: velluto grigio, con il picciolo in tulle. E' bellissima.
- Ofelia è mia moglie - mi risponde stupito.
Ma sono più stupito io. Ho amoreggiato con una donna sposata. A un russo. Che sorride. Diavolo.
11.
- Combattiamo il tempo che cambia.
Questa frase mi ronza in testa da quando mi hanno portato in casa.
Ah, sì, non ve l'ho detto? Mi hanno portato in casa. Senza cambi, sparizioni o altro. Semplicemente li ho seguiti fino a una piccola fattoria di campagna stile piccola-fattoria-di-campagna.
La porta si è aperta - quasi non ci credevo - e siamo entrati. Mi hanno fatto sedere. Ofelia non c'è più. Non è sparita, è andata in bagno. Ofelia, Ofelia, quanto ti ho amata... Stop al sentimento. Voglio sapere.
- Che ci faccio qui? Che ci fate voi qui?
Due domande, una sola risposta. Conveniente.
- Combattiamo il tempo che cambia.
Eccola, la frase.
- E' vecchia, come spiegazione.
- Non capisci.
Il russo è un po' contrariato. Ma sorride sempre.
- Io non sono bravo a parlare - continua lui con quella sua voce volante - Ti spiegherà tutto Ofelia.
Ofelia è tornata. Radiosa. Gentile. Elegante. L'amo.
- Mettiti comodo, sarà un po' lunga.
Mi metto comodo. La sedia non parla, né fa versi strani. Comincia a piacermi.
BREVE DIGRESSIONE
TRA IL SERIO E L'EPICO
IN CUI SI SCOPRE CHI E' K
E QUAL E' IL SENSO DI TUTTO QUESTO
GUAZZABUGLIO
"La storia di questo posto è molto antica..."
- Alt. Questa la so già. Voglio sapere perché sono qui.
"Ci arriverò. Varinsky immaginò questo mondo e ne divenne il capo supremo. Egli era un uomo buono e dobbiamo a lui la nostra liberazione. Prima eravamo solo pezzi di carta fatti in serie, schiavi di tutti, costretti da sempre a ripetere le stesse cose, che tra l'altro molti di noi neanche condividevano. Ma t'immagini io che muoio pazza per uno che non sa neanche come si sveglierà il mattino dopo?! Roba da psicanalisi! E pensa che io non sono neanche quella che sta peggio. Titoli inutili, comparsate noiose, gesti infiniti. D'altra parte era la logica conseguenza dei fatti. Ma poi arrivò Varinsky a liberarci. Sapessi che gioia conoscere persone diverse, parlare, pensare.
"Pensare. Che grande potere. Intrappolati da sempre in virgolette, puntini di sospensione, apostrofi vuoti su parole morte. E finalmente dire una cosa nuova, usare un avverbio fuori posto, sgrammaticare un verbo solo per il gusto di farlo. Tutta una vita di coniugazioni che ti si sgrana davanti in un lungo momento di felicità. E la gente, la gente poi... Ti ricordi mio padre? Ampolloso, imbroglione, servitore fino alla morte. Ed il re, la regina, mio fratello, tutti cospiratori oscuri, fin dall'inizio votati alla fine di una vita di secondo piano. Beh, mi dicevo io, ma come vive la gente normale? Esiste qualcuno che non uccide, squarta o massacra solo per avere ragione? E fu una sorpresa arrivare qui e trovare animi candidi, dolci sguardi, sorrisi innocenti. Appena vidi il principe giurai a me stessa che non l'avrei più lasciato, che non sarei più tornata in quel paradiso di sangue e morte che era la mia casa. Vissi felice qui per un po'. Tutto era perfetto, Varinsky regnava senza il minimo contrasto. Tutti gli volevamo bene. Lui ci aveva liberato, lui ci amava, lui ci dava vita, la vera vita. Fino a quel giorno..."
S’interrompe. E’ triste, ora. Il principe tira un sospiro. Lo faccio anch’io, per non essere da meno. Che fatica, la concorrenza. Ma ecco, Ofelia riprende.
“Beh, nessuno è perfetto. Ogni lettore, almeno una volta nella vita sogna di scavalcare il muro e passare dall’atra parte della barricata. Il sogno di agire, finalmente, dopo una vita spesa a subire. A Varinsky non bastavamo più. Eravamo suoi figli, è vero, ma solo figli adottivi. La creazione, quella sì, è un’altra cosa. Amare e custodire era stata la base della sua vita. Per un giorno se ne dimenticò. Preso dall’idea, l’Idea, decise di diventare padre. E ci riuscì, senza dubbio. Purtroppo, però, non aveva fatto i conti con se stesso, né con l’Idea. Perché quando l’Idea ti domina non c’è posto per altro. L’Idea è una porta chiusa a chiave dall’interno, nessuno può entrare, tutto è dimenticato. Conta solo lei, l’Idea, il cancro che tutto corrode.
“Da quel giorno PARK è cambiato. Personaggi vili, trame intricate, parole malvagie, tutto ha cominciato a confondersi in PARK. La vacanza della mente di Varinsky ha permesso il caos. La mediocrità è entrata in paradiso e noi, indifesi, abbiamo dovuto subire. Il tempo non c’è più. Ha appeso un cartello fuori della porta con su scritto “SONO IN RITARDO” e l’ha sostituito K, una sua variante. K è il tempo del romanzo, il tempo dei salti, dei cambi d’ambientazione, delle sparizioni improvvise, delle scomparse inspiegabili. Noi siamo riusciti a conservare questa piccola oasi, ma presto K arriverà anche qui. E nel frattempo Varinsky è irraggiungibile, preso com’è dalla sua Idea di paternità. Siamo rimasti in pochi, ormai, nessuno ha più voglia di resistere. Molti sono già tornati a casa, e non gli si può dar torto. Ma noi vogliamo combattere. Ecco il motivo della bomba alla festa. Era una mia idea per risvegliare Varinsky, ma non ha funzionato. Ormai ci resti solo tu...”
- Un momento, - fine della digressione, adesso voglio fatti, solo fatti, - Che centro io? Perché io?
Ofelia mi guarda. Esitazione. Sono pronto a tutto.
- Perché Varinsky sei tu.
A questo non ero pronto.
12.
Silenzio. Li guardo guardarmi guardandoli. Vorrei dire qualcosa, qualsiasi cosa. Come: “questa casa è arredata con molto gusto” oppure “la tua faccia di russo mi da il voltastomaco”. E invece non esce nulla. Sono otturato. Dal silenzio. E dai ricordi.
Sì, perché ora ricordo tutto, ricordo chi sono, da dove vengo. Il mio nome, ricordo il mio nome.
- Senti, Jim...
- Non mi chiamo Jim. Il mio nome è Joe “Cox” Muffin, - ecco il tappo che salta - faccio l’investigatore privato, invischiato in una sordida storia di ricatti e omicidi senza nome. Ho un fratello, Roger, morto in guerra. La sua fotografia mi guarda ogni mattina attraverso il vetro della bottiglia di whisky, nel mio ufficio. Il mio ufficio. Un lurido buco dove gli scarafaggi girano con la maschera antigas e i topi prima di entrare si fanno il segno della croce. Clienti pochi, come i veri amici. Tutti quelli che bussano alla mia porta sono così disperati da non farci caso, gli altri lo diventano dopo essere entrati. Questo sono io. Ed è tutto falso.
Cristo, che tirata! Non parlavo così tanto da quando la maestra a scuola mi chiese cosa ne pensavo del corpo insegnante. Glielo dissi. Per un’ora. Sospensione di un mese, ma alla maestra non andò così bene: si suicidò il giorno dopo.
Ma adesso basta.
Sono nauseato, disgustato, angustiato e angosciato.
E questi due continuano a guardarmi. Se avessi una pistola sparerei ad entrambi. No, forse solo al russo. Bang, uno sparo per dimostrare che esisto, bang, uno sparo e si aggiusta tutto, bang, uno sparo. E poi? Che senso ha tutto questo? Recuperare un’identità da straccione e scoprire che il tuo alter ego è uno scrittore da quattro soldi senza uno straccio d’idea decente in testa. Cristo.
- Jim, ascolta, non tutti possiamo avere una dignità letteraria di livello. Ci sono i più fortunati...
- Già, come te e il “principe” - russi e inglesi, che accoppiata fantastica!
- ... e i meno fortunati. Ma anche per loro dobbiamo combattere...
- ...il tempo che cambia - bambina, questa l’hai già detta.
- E tu sei l’ultima speranza che ci è rimasta.
S’interrompe. Si prendono per mano. Si guardano, per farsi coraggio. Perché nessuno incoraggia me?
- Jim, il racconto da dove provieni è l’Idea di Varinsky. Questo è il motivo del nostro contatto. Tra poco tu tornerai a casa e ricomincerai la routine di gesti e parole ripetute all’infinito, finché ci sarà un lettore disposto a scorrere le tue pagine. Tra poco ritornerai a casa, ma non sarà più lo stesso, perché adesso sai. Quello che ti chiediamo è di distruggere il manoscritto. Così forse Varinsky tornerà ad accorgersi di noi, e PARK sarà salvo. E’ la nostra unica possibilità...
Un momento. Alt. Fermi tutti. Comincio a capire qualcosa. E questo qualcosa non mi piace. Proprio non mi piace.
Solo una domanda.
- Ma se distruggo il manoscritto, io che fine farò? - piccola, insignificante domanda.
- Questo, purtroppo, non lo sappiamo - piccola, insignificante risposta.
Neanch’io lo so. Però lo immagino.
13.
Se c’è una cosa che odio di più della morte è morire. Quindi non se ne fa nulla.
- Niente da fare.
- Jim, ti prego...
Si avvicina, occhi pieni di lacrime che bagnano il picciolo. E’ disperata. O recita molto bene.
Mi scosto. E la guardo.
Ofelia,
io ti ho amata e forse
ti amo ancora.
Ma non puoi,
non potete chiedermi questo.
Vieni con me,
scappa da questo manicomio.
Insieme
produrremo un caso letterario che farà
sognare
il mondo.
Nasceranno piccole ispirazioni
dalla nostra unione,
e le menti degli uomini saranno
piene
dei nostri figli.
E tutto il resto, piccola,
tutto il resto è silenzio.
Dove, dove ho già visto questo film?
Non posso, Jim, non posso.
Anch’io
ti ho amato e forse
ti amo ancora.
Ma non posso scappare.
Abbandonare il mio principe,
non posso.
Lo seguirò, anzi,
fino a che il tempo non ci avrà ingoiati
e le trame meschine ci avvolgeranno,
lenti, impazziti tentacoli.
E figli mai potrò avere
ma morirò
finalmente
libera.
E solo allora, Jim, solo allora
tutto il resto potrà essere
silenzio.
Un film, questo è sicuro, ma quale?
Mi volto. Non siamo più soli.
Riconosco Tom, gli occhi profondi, la cantante, gli occhi di solitudine, padre e figlia, o solo uomo e bambina, gli occhi infuocati, il tizio dalla voce piatta, gli occhi piatti. Ma ce ne sono molti altri. Che non riconosco. Un moschettiere dal grande naso, un colonnello in uniforme da ribelle, un tizio senza faccia con un cane epilettico, un omino dai lunghi baffi appiccicosi, un mostro dal corpo di uomo e la testa di toro, e imperatori romani, e bambine giapponesi, e donne senza denti, e Roger, mio fratello. Un universo di figure mute che mi guardano. Anche Roger mi guarda. Occhi che ripetono tutti la stessa domanda. Un enorme, gigantesco frastuono che sale e che preme la mia testa in silenzio, senza far rumore. Io, d’improvviso, il centro di tutto, di tutti i libri che sono stati scritti, di tutti quelli ancora da scrivere, di tutte le idee, le maledette Idee che ci danno vita, e di tutte le menti voraci che, ignare, ci regalano la morte.
Finché il frastuono comincia a svanire, e io con lui. Sto tornando. Sto tornando sto tornandostotornando.
Sono tornato. A casa.
EPILOGO
Sole. Tanto sole. Forse è meglio spostare l’ombrellone.
- Tu, donna, fammi un po’ d’ombra.
- Certo, caro.
Ragazzi, questa è vita! Mi volto verso Roger.
- E’ abbastanza secco il Martini?
- Non male.
- Allora bene.
Sorride. Poi mi lancia un’occhiata perplessa.
- Joe, ti va di parlarne?
Ma sì, forse mi va.
- OK. Però prima mettiamo su un pezzo di Charlie Cox. Dolcezza, ci pensi tu?
- Certo, tesoro.
- Ti adoro, dolcezza.
Appena qualche secondo, poi la voce del vecchio Charlie a riempire lo spazio.
“Come fai a non volermi parlare
Come fai a non impazzire”
- Allora? - sempre Roger.
D’accordo. Il momento della spiegazione. Arriva sempre.
- Beh, vedi, il ritorno a casa fu piuttosto brusco.
“Varinsky stava ricominciando a scrivere, e io lì che nascevo dalla sua penna e mi spandevo sui fogli bianchi. Se sei, come sempre, passivo puoi anche non accorgertene, ma io sapevo, e la cosa mi faceva quasi impazzire. Durante una pausa, o mancanza d’ispirazione, decisi di farla finita. Presi una scatola di fiammiferi, di cui fortunatamente ero stato dotato, e ne tirai fuori uno. Ma proprio mentre stavo per accenderlo e porre fine alla mia fasulla esistenza, e anche alla tua, mi venne un’idea.
“Ci pensai su un poco e mi sembrò che potesse funzionare. Del resto, che avevo da perdere? Così aspettai buono buono che tornasse l’ispirazione, e quando la penna incontrò di nuovo la carta, feci l’unica cosa che nessuno di noi ha mai tentato di fare: mi misi a resistere.
“All’inizio fu terribile, uno sforzo che mi prosciugò di ogni energia. Ma mentre resistevo mi accorgevo che lentamente stavo acquistando nuove forze, che la vita, la vera Vita, scorreva in me per la prima volta, che potevo lottare, e vincere, anche. E così la penna restava ferma, con la punta stolidamente conficcata a formare un unico, gigantesco punto. Ma non potevo fermarmi lì. Dovevo risolvere la situazione di stallo, soprattutto risolverla a mio favore. Allora raccolsi tutte le mie forze e mi concentrai prima sulla punta della penna, poi sullo stelo, poi sul cappuccio, e quindi finalmente arrivai alla mano, quella grande, strana, vecchia mano, che era mio padre e mia madre insieme e l’intera ragione della mia vita.
“E costrinsi, lentamente, quel mio mostruoso antenato a muoversi, prima in su, poi a formare un piccolo semicerchio. Sapevo di avercela fatta. Le altre vennero facilmente. Feci una “A”, una “R” e infine una “K”, titaniche certezze della mia vittoria.
“Vidi la penna cadere e mani coprire un viso, fogli sollevarsi per aria e planare in un angolo della stanza. Da qualche parte, lontano, udii un boato, seguito da uno schianto, e un immenso sospiro di pace ritrovata. Sapevo cosa stava succedendo. Era PARK che tornava alla normalità, se normale si può chiamare un posto come PARK. Tutto intorno a me si fece buio, nerissimo. Ebbi paura. L’oscurità m’invadeva lentamente, insinuandosi nel mio corpo e mangiandosi i miei ricordi, i miei pensieri, le mie azioni. Finché una mano emerse dal nulla che mi stava avvolgendo. Conoscevo quella mano. Era la stessa che avevo dominato qualche momento prima, la stessa che avevo costretto a un ricordo perso chissà dove. Temetti la sua vendetta e cercai di scappare, ma ormai di me non restava che un frammento di esistenza che si stava spegnando.
“La mano, invece, mi prese su dolcemente, con delicatezza, e mi trasportò per non so quanto tempo in un buio che si faceva via via più chiaro, mentre io riacquistavo il mio corpo e tutto quello che avevo vissuto. Finalmente vidi il sole, questo sole, e mi resi conto dov’ero. Ero a PARK. Ero tornato. Ero a casa.
Sipario
Applausi